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AFTERHOURS: Quello che non c’ è    (Mescal/Sony)

 

Cover di Quello che non c'è degli AfterhoursĖ possibile farsi un’idea su questo nuovo disco degli Afterhours già dalla copertina: un album grigio, uggioso, registrato d’inverno e attraversato da lampi di pura poesia in tutta la sua breve durata (44.26, roba da vecchi ellepi).

Spariti gli stucchevoli sorrisi pop delle modelle anni Settanta ritratte su Hai paura del buio, spariti i colori da notte acida di Non è per sempre, la band di Manuel Agnelli fa i conti con il bianco e nero opaco di Quello che non c’è.

Paesaggio desolato (l’Italia?), difficile stabilire anche approssimativamente l’ora in cui è stata scattata la polaroid. Non è notte, non è giorno. In mezzo ci sono tre anni di silenzio discografico (buco parzialmente riempito dal live Siam tre piccoli porcellin), l’esordio letterario con la raccolta di racconti Il meraviglioso tubetto (Mondadori), un viaggio in India insieme ad Emidio Clementi dei (purtroppo) disciolti Massimo Volume, l’uscita dalla formazione di Xabier Iriondo, chitarrista e amico di lunga data.

Ancora, nel corso del 2001, Agnelli si è occupato con successo della direzione del festival itinerante Tora! Tora! e ha prodotto Solo un grande sasso dei Verdena. Molta carne al fuoco, insomma. La band rischiava di essere messa in naftalina fino a data da destinarsi, invece è tornata in sala prove e lì ha registrato nove canzoni scarne, amare, attualissime, che si connotano come altrettanti segni di un’ urgenza comunicativa sconosciuta a chi, nel panorama italiano, proprio non si decide a schiodarsi da una sterile nicchia ‘alternativa’.

AfterhoursQuello che non c’ è è proprio quanto ci è mancato in testi e musica dall’ultima prova in studio degli Afterhours. Mancava l’intelligenza che da sempre ha soffiato sulle vele del gruppo milanese indirizzandone la rotta verso lidi anelati e puntualmente falliti da molti. E mancava la poesia, la stessa, dolce e violenta, dei fasti passati (Strategie, Male di miele, Non è per sempre), però calata in un’atmosfera diversa, più greve appunto, proprio perché grevi sono i giorni che stiamo vivendo.

Poche, nude parole che scavano dentro evocando un disagio profondo con la forza di uno sparo ("La tua primavera è un incubo/in cui lo stato cede alla pornografia", da Sulle labbra), suoni che istigano a rovinare i rapporti col vicinato (come si fa ad ascoltare a basso volume le chitarre di Varanasi baby e Non sono immaginario?). Rock da primedonne, fuor da ogni provincialismo. Rock di chitarra, basso, batteria e violino, rodato in anni di concerti e prossimo a dividere il palco per alcune date con i Mercury Rev. Le ballate sembrano ancora più amare (l’iniziale Quello che non c’ è, la conclusiva Il mio ruolo), latitano i guizzi ironici presenti nella produzione precedente, la voce scava nei ricordi privati fino a rinunciare al canto nel reading di Ritorno a casa.

Quello che non c’ è è un un lavoro di squadra che regge i postumi della defezione di Xabier indicando una possibile direzione futura attraverso dosi misurate di elettronica; un disco compiuto che seduce piano, senza fretta di piacere, concedendo ben poco a chi cerca lo slogan da urlare in coro durante i concerti. Politico, certo: l’autore dei testi è la stessa persona che ha scritto che "Milano non è la verità" e che "Questa nazione è brutta/ ti fa sentire asciutta/senza volontà", la stessa di Sui giovani d’oggi ci scatarro su. Che scriva racconti o canzoni, che si occupi di cicatrici amorose oppure ideologiche, Manuel Agnelli convince con l’istinto: mai didascalico, mai fuori tema. Appartiene a una generazione che ancora oggi continua a farsi troppe, scomode domande per non morire di mediocrità dentro concetti privi di senso. Gli Afterhours gli somigliano, ed è per questo che restano tuttora i primi della classe.

www.afterhours.it                                                                                                      (N.G.D’A.)