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SE IL SOTTOSVILUPPO PUZZA, LO SVILUPPO DI CHE SA?

 

puzzaeh da?”, letteralmente, e questo che è?

È la frase che ho sentito più spesso, riferita a me, al mercato di Imbaba. La sera prima, il tassinaro mi aveva trattato come il suo migliore amico, continuando a rivolgersi a me al maschile. Evidentemente, ormai, devo aver assorbito gioielli e trucco.

 

Insomma, tra oche, galline, pollastrelli, donne velate e guantate a vari livelli, veli di ogni tipo, colore e lunghezza, e altre centinaia di oggetti e vegetali della metà dei quali, nonostante lo sforzo, non ho capito l’origine né la destinazione, alla fine, l’animale inusuale ero io.

 

Passavo tra bancarelle, spazzatura, zampe di cammello (ottime, pare, per zuppe afrodisiache), pile di cotone, volatili, mi spostavo per fare passare bambine di 6 anni o giù di lì velate di tutto punto, con pulcini in testa (su appositi vassoi in magico equilibrio). Mi muovevo con una dimestichezza che stupiva anche me. Quindi, non posso certo biasimare loro. Mangiavo fichi d’India sbucciati a una velocità e con una maestria mai viste, per tappare la fame. I bambini mi guardavano increduli: come poteva un animale così strano fare quello che facevano loro? Intanto, le infezioni si prendevano solo respirando.

 

Il suq  di Imbaba, nel centro del Cairo, conosciuto come suq kit kat, non è descritto in nessuna guida turistica. Perché non vende le belle merci fabbricate in Taiwan o in India per turisti (+ o -) di massa. Vende alimentari, addirittura vivi, bacinelle, mollette di legno, spugne per lavarsi, stoffa per fare lenzuola, tessuti, abbigliamento di uso comune (veli, per l’appunto). Cose poco esotiche, per chi viene in Egitto per il solito tour (de force) offerto dalle agenzie: piramidi di notte, faluka sul Nilo al tramonto e la Cittadelle a tutte le ore. E per chi deve riportare agli amici a casa qualcosa che dimostri che è stato in Egitto.

 

Quello di Imbaba è un mercato vero. Veri vicoli, panni stesi che gocciolano vera acqua quasi sulle bancarelle. Bambini veri che accompagnano vecchie nonne altrettanto vere.

 

Discutere la verità è una supponenza che  non mi compete.

Eppure –

 

Il kit kat era vero nei suoi colori, odori, rumori. Era vero per le mosche che coprivano i meloni a non farne vedere più la buccia, per le galline che starnazzavano senza sosta. Era vero perché era pieno di gente vera.

 

Non è descritto nelle guide turistiche perché fa paura.

Perché fa sentire in colpa, una colpa quasi ancestrale.

Perché a chi piacciono Hurghada e Sharm el Sheikh non può interessare il kit kat.

Soprattutto, perché la didascalia di una guida immaginaria, reciterebbe, se fosse sincera, pressappoco così:

        

… dall’altro lato di Zamalek, 10 minuti a piedi dal ponte che collega la bella isola degli stranieri al quartiere semi popolare degli egiziani, tra vicoli stretti di terriccio e fogne galleggianti, si snoda il suq  di kit kat.  Andateci a digiuno. E solo se il vostro stomaco è molto forte, altrimenti la puzza delle defezioni di ogni tipo di animale mischiata al sudore della gente che non gode del lusso dell’acqua corrente (figurarsi quella potabile, ndr), al formaggio non pastorizzato di bufala che le contadine arrivate di buon ora dai villaggi impastano con mani che dio solo sa cosa abbiano toccato prima, a carne macellata dai 45 gradi all’ombra e null’altro … potrebbe risultarvi fatale.

è altresì preferibile sostituire i soliti sandali, pur indumento apprezzato per il caldo cairota, con comode galosce anti pozzanghere fangarole.

 

Al quarto o quinto ‘Eh da?’, io sono scoppiata a piangere. In silenzio, nascosta dietro potenti occhiali scuri. Non perché abbia (più) una così alta moralità e spirito volontaristico, bada bene. Nemmeno per le bambine velate, che alla puzza erano abituate. Neanche per le donne accovacciate a cercare uno spiraglio d’ombra sotto carretti tirati da asini vecchi e malconci, nel misero spazio asciutto (ma certo non pulito) tra una pozzanghera e l’altra.

 

Solo, per i miei compatrioti, quell’ipocrita e folta comunità internazionale del mondo occidentale, civilizzato, sviluppato e G8ttesco. Nella specifica, almeno quelli, tra loro (certo non una minoranza), che affermano, orgogliosi, di lavorare ‘nello’ sviluppo. Quando tutto ciò che sanno di ‘sviluppo e terzomondismo’, come amano definirlo, lo hanno imparato da libri di testo, pur essendo stata data loro la possibilità di verificare, se non altro, che le informazioni che avevano letto, forse alcuni capito, altri memorizzate a filastrocca al solo scopo di passare gli esami, fossero se non vere almeno corrette e verosimili.

 

Se io rappresentavo un animale strano, evidentemente gli imbabani non avevano visto molti stranieri nella loro vita. Non mi chiamavano khawaaga, straniera, come pur accade in altre parti del Cairo. Si chiedevano cosa fossi.

 

Dispiace constatare che l’attuale imbarazzante stato dello ‘sviluppo’ non è imputabile solo a politiche finanziarie e concettuali (soprattutto) sbagliate. Ma anche ai tanti soggetti (comprese le organizzazioni non governative le cui priorità sono, in ordine cronologico, casa, ufficio, autista, stampante, fac totum, segretaria, automobile, … mi fermo, preferisco) che implementano progetti nel distretto di Giza o a Imbaba, e che lì non hanno mai messo piede.

 

Se non altro, perché si rovinerebbero i tacchi.

E perché non sono mai a digiuno.

 

 

CAIRO, 2003, CAMILLA LAI