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 ( Leggi la recensione di Apocalisse da camera )


INTERVISTA AD ANDREA PIVA
 di Nino G. D’Attis e & J.R.D.

 

Andrea PivaÈ la prima volta che a una recensione negativa apparsa su queste pagine segue uno scambio epistolare degno di nota (di solito riceviamo minacce di improbabili querele, fior di insulti, oppure richieste assurde del tipo: “Adesso io mi faccio un’autointervista e voi me la pubblicate!”). Andrea Piva, autore del romanzo Apocalisse da camera (Einaudi), si è fatto vivo con le armi dell’ironia e di una sportività sconosciute alla maggior parte dei suoi colleghi. Doveroso da parte nostra fargli un pugno di domande (sul suo libro, sul cinema, sulle sue letture) e precisare che probabilmente il nostro punto di vista è stato influenzato dalle aspettative accumulate nei riguardi del suo debutto nella narrativa. Per farla breve: anche quando deludono, gli scrittori come Piva lasciano al palo tutti gli scribacchini che di solito non trovate recensiti su Blackmailmag. :-)
 

 

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Diritto di replica: il tuo primo romanzo non è piaciuto alla nostra redazione, cosa puoi dire (a parte che siamo una manica di stronzi)? 

Mi costa ammetterlo, ma non l'ho mai pensato, che siete una manica di stronzi. Non sono andato a brindare, quando ho letto che non vi era piaciuto, ma cosa posso dire? Non si può piacere a tutti. Certo, la parabola di un uomo che nel proprio agio non si trova bene, un misantropo tutto cupio dissolvi che ragiona continuamente della volgare insensatezza del mondo com'è oggi e della vita com'è stata sempre, che una vicenda così sia considerata alla stregua del gialletto da leggere in pantofole mi pare quantomeno strano. Il primo mio pensiero è stato “Ma che libro ha letto questo?” Il secondo (essendo io un paranoico) “Merda, allora non sono riuscito a fare capire un cazzo”. Certo è in ogni caso che nella vostra lettura non mi ci trovo, nel senso che credo ci sia stato un problema di comunicazione, per così dire. Ma mi rendo conto che in letteratura non bastano le "buone" intenzioni. Quindi, questione aperta. O non sono riuscito io a dire quello che volevo, o avete letto male voi. Perché sul discorso di base c'intendiamo, mi pare.

 

I tuoi esordi sono legati alle sceneggiature per il cinema, come sei approdato al salto nella narrativa? 

In realtà dal mio punto di vista è il contrario. Prima di Apocalisse non avevo pubblicato, ma è sulla narrativa che sono sempre stato concentrato - non a caso l'idea di LaCapaGira viene da un mio libro. Se mio fratello (il regista del film) non mi avesse quasi costretto a scrivergli un copione da quella mia storia, al cinema non avrei neanche mai pensato, credo. Diciamo che il mio percorso "pubblico" non rispecchia l'andamento di quello privato.

 

Ancora a proposito di cinema: fino a che punto sei stato coinvolto nel progetto Mare Nero di Roberta Torre? 

Bah. Poco. Dovevo scrivere io la sceneggiatura di questo film, e ci ho provato volentieri dato che Angela, il precedente film di Roberta, mi era piaciuto molto. Però quando ci siamo messi al lavoro qualcosa non ha funzionato, soprattutto perché Roberta era in quel periodo di una volubilità impressionante. Non si riusciva a tenere un punto fermo per più di cinque minuti. Ma proprio su tutto, nel senso che il protagonista poteva essere un fotografo nero un giorno e diventare un eschimese nano quello dopo. Quest'atteggiamento a lungo andare mina alla base qualunque sistema nervoso. Certamente il mio. Credo che lei sia più una regista di impulso che da progetto, contro la quale cosa io non ho niente, ma insomma non è la mia dimensione. Posso dire che nel film così com'è non trovo davvero niente, ma

proprio niente di mio.

 

Circa l'ambientazione barese del romanzo, pensi di aver sottratto qualcosa al linguaggio, alla descrizione di particolari ambienti in favore di una dimensione più aperta, più cosmopolita? Quando parli  della metamorfosi della parte vecchia della città si ha l'impressione che manchino le facce, le parole della gente di Bari. 

Sì, penso sia vero. Credo di avere già dato quanto posso al genius loci, soprattutto con LaCapaGira, per ovvie ragioni. Ma comunque non ho evitato programmaticamente la caratterizzazione più "colorita" della città: non me ne si è presentata l'occasione, tutto qui. Il libro è più che altro la lunga speculazione un po' segaiola e paranoica di un uomo piuttosto colto e figlio di papà, e non ero alla ricerca di un quadro socio-antropologico completo: così come ne LaCapaGira sono tutti mezzi banditi che si esprimono solo in dialetto e che con la borghesia non entrano neanche in contatto, qui parla solo una specie di sgangherato intellettuale che del fatto di colore, del polpo sbattuto sullo scoglio ha tale orrore che neanche se la fa passare per la testa, l'immagine.

 

Ugo Cenci: arrampicatore sociale un po' goffo, uno che gira con una ventiquattrore da assistente universitario modello che però è semivuota, antitesi dei gadgets sfoggiati dagli yuppies negli anni Ottanta. Lì il vuoto era camuffato meglio, oggi sembra quasi impossibile imboscarsi perché la tua precarietà (ed Ugo in fondo è un precario un po' più agiato) viene in superficie come niente. Sei d'accordo? 

Parzialmente. D'accordo con le conseguenze del discorso, non con le premesse. Nel senso che il mio personaggio usa il gadget per rappresentare uno status, sì, ma in modo affatto consapevole di farlo solo per quello, mentre nell'idea che ho io degli yuppies Ottanta (e della loro derivazione attuale, non meno orrenda), questi si raccontano - magari mentendosi, ma lo fanno - che a qualche cosa gli serve, il gadget. Ugo sa già in partenza che non gli serve a niente. E lo usa SOLO per non sentirsi escluso dalla pantomima, la grande rappresentazione. Attenzione però: non per sentirsi figo, ma per non sentirsi fuori luogo. C'è una grande differenza tra le due cose.

 

La cocaina crea un'illusione di onnipotenza, una corazza virtuale che ti fa mettere in un angolo le insicurezze. Nel romanzo c'è però una bella definizione, legata alle aspettative che hanno i genitori nei riguardi dei figli: chiamare "la bamba maturità". Fa pensare alla famiglia del romanzo di Jonathan Franzen Le Correzioni... 

Devo dire che con questo parallelo ho qualche difficoltà; mi pare che il mio personaggio abbia un diverso rapporto con la droga rispetto a quello di Chip o di suo fratello - o della madre. In tutta sincerità neanche me lo ricordo bene, il bellissimo romanzo di Franzen, ma da quello che me ne rimane mi sembra che le sue speculazioni attorno alla questione alcaloidi siano di altra natura. Senz'altro meno sarcastiche delle mie. Quando parlo di cocaina nel mio romanzo lo faccio soprattutto con ironica attenzione alla differenza di percezione che dall'esterno si ha tra i consumatori di cocaina e quelli di cannabis. È una vecchia questione, che non apro certo io col mio libro: quella che è considerata la droga più pericolosa è anche quella che veicola un messaggio culturale più "contemporaneo" e vincente. Non mi vedo un Berlusconi a farsi le canne, e non ho idea del se faccia uso di cocaina, ma se fosse vera la seconda non me ne stupirei punto. Io trovo in questo un gustoso assurdo, e ne ho parlato in questi termini. Detto questo ci tengo a precisare che non ho niente contro la cocaina, come contro ogni droga, in sé. E non credo che un consumatore di cocaina sia peggiore o migliore di un consumatore di cannabis. Ma questo è un altro discorso.

 

Puoi dirci qualcosa sul tuo background di letture? 

Onnivoro, bulimico. Ma a folate. Anni da ottanta titoli, anni da dieci. Non ho però studiato lettere (ho fatto invece giurisprudenza), e se questo mi consente una certa libertà di approccio alla lettura, a volte mi sento un po' come l'autodidatta della Nausea. Idiota come lui. Parlando solo di narrativa, non credo ci si perderebbe moltissimo una volta letti il Satyricon, l'Asino d'Oro, Don Chisciotte, Le Relazioni Pericolose, Moby Dick, Delitto e Castigo, Linea d'Ombra, Il Maestro e Margherita, Il Processo, L'Uomo Senza Qualità, Viaggio al Termine della Notte, I Sotterranei del Vaticano, Lo Straniero, La Nausea, Uno Nessuno Centomila, L'azzurro del Cielo, La Tentazione di Esistere, Estensione del Dominio della Lotta

 

Quali sono i tuoi prossimi impegni? Cinema o letteratura? 

Sto scrivendo un film con Edoardo Winspeare e un altro sceneggiatore, ancora in erba ma molto in gamba, che si chiama Alessandro Valenti. Ma sto pensando da un po' a un altro romanzo. La quale cosa, come tu sai, è più che altro un hobby. Di soldi, a malapena per le sigarette.

 

Grazie