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CAPANNA su GENNA su PINCIO

 

Qualche appunto e mutazione alle osservazioni di Giuseppe Genna su La ragazza che non era lei di Tommaso Pincio.
La recensione originale si trova su
www.tommasopincio.com cliccando sulla quarta ragazza da sinistra.

GG > Il problema delle storie che si leggono nei romanzi e che un tempo si vedevano anche sul grande schermo è che sono merda.
L'origine del problema è la totale mancanza di realismo. Vi siete mai fermati a riflettere che ogni storia, per quanto assurda, ha una sua ragione di essere? Un suo ordine interno?

AC > Evidentemente Giuseppe si riferisce al suo modello mentale di "storia". Dalla nascita al presente ognuno di noi accumula e seleziona simboli, idee e significati che richiama quando legge, ascolta, pensa "storia".
Ma "storia" per Genna non è esattamente "storia" per me come non è "storia" esttamente per chi sta leggendo ora. Sicuramente però "storia" è "più o meno storia" per lui, "più o meno storia" per me e così via per tutti noi.
In questo "più o meno" si aquatta comodo e inosservato il concetto di opinione (socialmente), convinzione (democraticamente), valore (razionalmente) su cui intendo far brevemente un poco di luce.
Questa riflessione così noiosa e teutonica è d'obbligo quando si incontrano "persone che cercano di farci riflettere" (intellettuali) perché essi tendono involontariamente a dettare legge speculativa per rafforzare le proprie opinioni quando ognuno di noi può farlo da sè molto più effettivamente.

Occorre essere irriverenti nei fatti, non nelle opinioni. Come si fa a dire che tutta la letteratura del passato è merda? Chi ha stabilito che le storie debbano essere realistiche quando tutte le sere alle due di notte su RAIUNO un buffo signore insiste che "I sogni aiutano a vivere meglio"?
Davvero questi scrittori sono invece così scontenti dello stato attuale del "romanzo", del "realismo" e della "finzione" e tentano di rimescolare le carte con tanto impegno e veemenza? Quale spinta li smuove dal dormiente fatalismo dello stato di "scrittore" a quello così rivoluzionario e sanguigno di chi scrive "creativamente", di chi cerca nuova strade?

Cinicamente: il motivo sta proprio in quel "più o meno", che poi subito vi verrà nascosto cosicchè siate ancora lettori, passivi spettatori della prossima rivoluzione letteraria.

Più razionalmente: la ragione d'essere di un romanzo, l'ordine interno di una storia non sono altro che l'idea personale che ce ne siamo fatti. Se qualsiasi messaggio è interpretabile, ogni dichiarazione travisabile non è certo possibile che un autore imponga fermamente un ordine con una sua opera, per quanto sia propagandistica o epocale. Non con Pincio ma da sempre l'idea di lavoro si modifica ed evolve durante la composizione.
Può darsi perfino che ciò che l'autore ritenga l'essenza del suo romanzo muti completamente oppure che da un momento all'altro si sposti in esso il centro della questione, come accade spesso durante la conversazione.
In questo Pincio indovina l'idea di "spostamento" ma non per vincere la fiction, casomai per aumentarla, per proporre ancor più fedelmente, tutte fuse assieme secondo la sua personale visione, le idee di romanzo, dialogo e storia, sintetizzate in un personaggio mutante, coagulante vite diverse o parallele.
Eppure le sue parole così raccolte saran comunque una finzione, in ogni caso confinate dalla carta stampata perchè lì sono nate e lì rimarranno, per quanto coinvolgimento ci possano provocare. Se la sua storia aumenta di realismo con l'idea strutturale che vi implementa, contemporaneamente il suo scritto diventa invece ancor più meravigliosamente falso, senza speranza: basterà uno squillo al telefonino o le parole di un fesso alle due di notte su RAIUNO a riportarci bruscamente alla nostra vita reale, piena di banalità, errori, vicende assolutamente cretine, ripetitive eppure più reali con minore sforzo perché quello è un libro e un libro e si trova, mi duole dirlo, ad un inferiore livello di realtà.

GG > Il mondo non funziona mica così. Il mondo non funziona per ragioni di essere e ordini interni. Se lo abbandonaste a se stesso, il mondo in cui vivete precipiterebbe nel casino più assoluto. E così sarebbe anche per il mondo in cui non vivete. Ogni cosa tende al disordine, è una legge di natura.

AC > Se non ho capito male, io credo l'opposto. Nell'essenza, l'ordine è spesso nascosto e perciò il mondo ci appare imprevedibile e casuale. Nelle nostre opere, finzioni e attività cerchiamo di coglierne le leggi. La "creazione" è divina, "l'invenzione" umana. Le tecniche svelano una parte di materia oscura cui corrisponde un'entropia necessaria, rappresentata dal'aumento della complessità.
In questa mia visione il progresso non esiste, poichè ad ogni tecnica nuova corrispondono nuove forze e nuove debolezze.
Allora azzarderò: la mia idea di mondo è quella di un sistema localmente piuttosto stabile, senza troppe apocalissi apparenti, in cui le Cassandre son ridicolizzate perchè, quandanche conoscano veramente il futuro, è meglio non dar loro troppo conto e vivere il presente con le sue sane difficoltà.
Qui Genna sottolinea ai lettori la nuova ipotesi di "romanzo", allargandone i confini per superarne i limiti, ma così si adombra l'idea che nella società o nel personale noi teniamo le briglie di un cavallo imbizzarrito, la vita, le nostre cose e che magari le tratteniamo a noi con paranoia inutile. Mi sembra un'immagine un poco terrifica perché se si impara invece ad amare ciò che ci sta intorno qualsiasi cosa animale o persona può diventare improvvisamente interessante, docile, armoniosa, forte, fruttuosa senza necessariamente diventare degli imbecilli, degli "allineati" o degli alienati del lavoro giornaliero. Si imparerà allo stesso modo che la proprietà ha un senso esattamente come i confini del nostro corpo, e non può essere invocata solo quando ci fa più comodo.
*
Per questi motivi non è difficile mantenerlo, il mondo, è invece difficilissimo cambiarlo e il mondo non tende affatto al disordine, ma apparirà disordinato e affascinante ciò che non si conosce.
Da questo punto di vista una semplice storia raccontata, anche nella maniera più stupida, più inopportuna e senza alcun virtuosismo letterario può risultare assai interessante!

Nella storia delle religioni ho sempre osservato che l'uomo chiama dio ciò che teme della natura, eroe chi la domina con la forza, profeta chi l'ha predetta con successo, contadino chi se ne asserve con umiltà e sacrificio. Le divinità si sostituiscono come gli amori ad ogni salto di scienza ma qualcosa è sempre raro realizzare: il dialogo col divino, come oggi il contatto con altre forme di vita nell'universo.
Esiste infatti la possibilità di tracciare un filo, una debole segno nella sabbia che in terre ricche chiamiamo "esoterico" proprio per sottolinearne l'estraneità alla nostra visione occidentale, potente, divisa, dominante, pericolosamente a prescindere dal dialogo di cui sopra.
Ma essa è di certo ancora in vita e in fondo ciò che ispira autori e critici come questi, che magari senza saperlo ne seguono affannosamente il tortuoso percorso, nervosi, distratti dalle mille grossolane amenità statunitensi, confusi dai sogni ideologici orientali, rovesciati spesso dall'evoluzione rapida del gusto ma dopo centinaia di migliaia di anni ancora prepotentemente alla ricerca del loro personalissimo "Namo Ganesàya,
Vighnesvaraya!" **.

GG > Prendete voi stessi, per esempio. Voi vivete. E' un fatto. Non si può negarlo. Nondimeno è un fatto insolito. Rispetto a quanto succede in migliaia di altre galassie e centinaia di migliaia di altri pianeti, nulla è statisticamente più improbabile e inverosimile del fatto che voi vivete. Diciamo le cose come stanno, voi non dovreste essere vivi. D'altro canto è molto probabile che voi non la vediate alla stessa maniera perché voi siete proprio il tipo di persone capaci di pensare che hanno tutto il diritto di essere vive. Ciò vi rende sospetti, oltre che improbabili e inverosimili.
Sospetto, improbabile, inverosimile. Questa è la nuova gerarchia che presiede alla letteratura che sta arrivando, che è già qui. Dal sospetto a una improbabilità che non è affatto inverosimile, fino a una inverosimiglianza che include l'improbabile e il probabile.

AC > Sì, un richiamo alla frase-simbolo "...i nomi servono soltanto a nascondere la nostra essenza numerica. Sono tentazioni di esistere, chimere." e potrei anche convenirne se non fosse per quel "nascondere" e quei "tentazioni di esistere, chimere".
Sono ancora pessimistici. E c'è già il frustrato, utilizzatissimo: "DELLA SERIE SEI SOLO UN NUMERO".
Certo la frase c'è, ha un fondo di verità, ma mettendola così sarebbero in pochi a voler accettare la sfida, forse soltanto chi l'ha scritta che peraltro si è scelto un nome fittizio, cioè si è reso NUMERO da solo. Sono sicuro che il vero Tommaso (come tutti noi) crede molto di più in se stesso di come faccia trasparire dai suoi atti carbonari.
Siccome, ve lo ribadisco, ognuno di noi può essere autore senza frequentare costose accademie di pensiero, io la cambierei così:

"I nomi servono a sperare di un destino utile oltre l'essenza organica.
Sono promesse di contributo unico, proposte di messaggio esclusivo."

Penso che questa apra un poco di più verso la speranza, senza cadere nell'individualismo.
Voi come la cambiereste?

Andrea Capanna

* A questo proposito rammento un recente un intervento di Castelvecchi a Radio2 in cui sottolineava il fatto che "i giovani d'oggi" confondono il "ce l'ho, l'ho scaricato sul computer" con il "l'ho letto". Una sua autrice ventitreenne gli presentò un libro assemblato per il 90% con il CUT & PASTE da altri testi sostenendo: "a scuola per le ricerchine l'ho sempre fatto e non se ne è mai accorto nessuno, pensavo che anche i libri si scrivessero così". *

** Dalle Upanisad indiane, semplice invocazione a Ganesha "il traduttore" per l'ispirazione degli artisti. **