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    Leggi la recensione a Delitto d'autore     alcune opere di Pablo Echaurren:visita la gallery


INTERVISTA  A PABLO ECHAURREN di Nino G. D'Attis 

 

È una consuetudine: ti spari tre ore di attesa per porre al massimo due domande al regista, allo scrittore, alla band di turno impegnata nel tour promozionale dell’ultimo capolavoro. Con persone come Pablo Echaurren accade invece che le lancette scorrano insieme al nastro infilato nel registratore. Pablo il pittore, l’illustratore nato a Roma nel 1951 è una fiumana, un vortice irresistibile mosso da curiosità e passioni smodate (i Ramones, il cinema, la scrittura che lo ha portato al romanzo Delitto d’autore). Un’intervista? Una lunga, piacevole conversazione, piuttosto. Qualcosa che, in fase di editing, ha provocato più di un capogiro al sottoscritto (dove sono le DOMANDE FONDAMENTALI CHE SI FANNO DI SOLITO A UN ARTISTA???). Che importa. Ho attraversato Roma nel giorno del 57° anniversario della Repubblica (caldo, strade semideserte, parate militari, allergia) e alla fine ho incontrato Pablo. Ecco come è andata...

 

*****

Togliamoci il peso della domanda più ovvia: come arriva Pablo Echaurren al romanzo?

Avevo già pubblicato altre cose di tipo autobiografico o indagini sui movimenti. Delitto d’autore – come i prossimi due che sto preparando - nasce dal mio sodalizio con una persona che mantiene l’anonimato (sostiene che chi si firma è perduto), un mio caro amico di oltre settant’anni, un vecchio sceneggiatore come non ce ne sono ormai più, di quelli che sanno fare anche la commedia all’italiana. È lui ad avermi spinto a fare il romanzo, partendo da Il Suicidio dell’arte, un pamphlet che avevo scritto tempo fa e dicendomi che lì c’era una bella commedia.

 

Hai pensato in un primo tempo a una sceneggiatura per il cinema?

No, assolutamente. Tra l’altro lui è una persona che vede tutto uno schifo: lo stato attuale delle cose, i meccanismi produttivi e così via. Diciamo anche che lui vede il mondo dell’arte dal punto di vista del borghese modello Sordi di Vacanze intelligenti, ovvero una bubbola in cui la gente, siccome non capisce niente fa finta di capire. Io invece penso che ci sia tutta una bubbola di avanguardia falsa, costruita per il mercato, ma con una base vera in cui si possono fare le cose d’avanguardia senza ‘svendersi’, senza compiacere il borghese. Il libro ha un taglio cinematografico, oltre che qualcosa di flaianesco che solo un vecchio sceneggiatore avrebbe potuto tirar fuori. Continuo a insistere affinché anche lui metta la firma ma non c’è verso.

 

Vero. Recensendo il tuo libro l’ho paragonato alle cose migliori di Frédéric Dard ma, leggendolo, si avverte l’impronta di Flaiano.

Posso anticiparti che Flaiano farà capolino nel prossimo, L’Invasione degli astratti, che si svolge negli anni Cinquanta e parla di tre ragazzi che senza arte né parte decidono di mettersi insieme per provare ad emergere in un’Italia che non ha soldi, lavoro, sbocchi. Non è molto diverso da storie reali avvenute in quegli anni e, come in Delitto d’autore, anche qui c’è un morto.

 

Riporti le lancette indietro, ad un momento in cui in Italia si ricominciava a sperare un po’ in tutti i campi...

Sì, dentro c’è anche lo scenario cinematografico di Cinecittà, il neorealismo... la politica, la lotta tra realismo e astrattismo. Anche qui, tutto in chiave grottesca, benché si attenga anche a dei passaggi reali.

 

Delitto d’autore fa riferimento a una realtà italiana ampiamente riconducibile agli anni Settanta-Ottanta, quella dei mercanti d’arte e dei pochi artisti che emergono mentre il resto sta sotto, non ce la fa. Altrove si ipotizza la possibilità di sfruttare il web per scavalcare i luoghi classici del sistema dell’arte e nel saggio Art.com Gabriele Perretta sostiene che un cambiamento del genere potrebbe far diventare l’arte più popolare.

Il romanzo racconta gli anni Ottanta, durante i quali il critico assume il ruolo di creatore. Questa era una peculiarità di Achille Bonito Oliva che addirittura all’inizio faceva un po’ di confusione esponendo se stesso. Ecco, il plot del libro ruota intorno al critico che si erge ad artista mentre l’artista diventa una variabile, pressoché nulla. La ‘Triadè è gallerista-critico-collezionista: una volta che si sono messi d’accordo loro tre è fatta, possono digerire qualsiasi cosa. Come il web possa smontare questo non saprei. Vista la grande quantità di kermesse, di mostre, non credo che uno ce la possa fare solo attraverso una circolazione di immagini perché comunque restano queste grandi macchine da guerra, questi carrozzoni che espongono gli oggetti e determinano il mercato. Se, come mi capita di vedere su alcuni siti, tutto si riduce alla possibilità di scaricare un’immaginetta a 25 dollari, beh, mi sembra soltanto una mimesi fessa del sistema; un ricostruire in tono inferiore il sistema. Bisogna invece pensare ad altre soluzioni: nel libro di Perretta ci sono i gruppi, i nomi anonimi...posso dirti che nella mia vita mi sono accorto che il ribelle in questo senso è di solito quello che non è ancora stato ‘scelto’ e ‘premiato’; è incazzato col sistema perché il sistema non lo ha ancora accettato. Sostanzialmente però tutti aspirano al passaggio alla Biennale e quasi mai mi è capitato di incontrare qualcuno che se lo invitassero non ci andrebbe.

 

Arno (uno dei personaggi del romanzo, N.d.r.) non lo farebbe! Lui è un martire, un crociato dell’Arte...

(Risate) Beh, anche lui punta a fare una mostra, sempre lì siamo!

 

D’accordo, alla fine però Arno sa di dover morire perché ormai è avvelenato dall’Arte. Non gli importa più fare i soldi.

Ma ha l’ego. Tra i soldi e il potere, vince il potere e nell’ego di un artista, in un mondo che vive di mercato, i soldi sono solo la testimonianza che tu vali, che sei potente. In linea di massima non si fa l’artista per fare i soldi, piuttosto per sviluppare un ego tracimante e per poterlo soddisfare. Oggi i soldi sono un certificato, però la molla principale è l’affermazione del sé.

 

Come vuoi. Per me, tuttavia, Arno appartiene a quella minoranza di ‘puri’ del libro: lui, il bombarolo e Ribotti, il pittore barbone...

(Risate) Il bombarolo è un reietto che fino a poco tempo fa andava anche lui nelle gallerie a fare le sue performances, poi si è rovinato con le sue stesse mani. Forse solo Ribotti...

 

Giusto! In Ribotti, l’ossessione per la figa è chiaramente fuori dal mercato.

Gli è andata male anche a lui...come diceva Flaiano "l’insuccesso gli ha dato alla testa", però in Ribotti c’è una scelta ormai radicale, un po’ determinata dagli altri perché se avesse potuto, avrebbe fatto dei video meravigliosi (risate).

 

Provi molto affetto per i Ribotti della terra.

Sì, ovvio. Ma anche per Latour...io mi chiamo Pablo, lui Miguel.

 

E nelle performances di Latour c’è sempre un gesto vitale: l’eiaculazione contrapposta alla deiezione, alla merda...

È tutto un carrozzone. La cosa paradossale è che le opere che questi personaggi producono sono tutte inventate salvo una, la più pazzesca, cioè quella di Arno. C’è veramente uno che fa quella roba...

 

Davvero? I clisteri di colore?

Giuro! In un romanzo delirante, questa idea che sembrava tra tutte la più pazzoide è la testimonianza che non è il romanzo ad essere delirante ma il mondo reale.

 

Vai spesso al cinema?

Certo. Sempre al primo spettacolo perché detesto la calca. Vedo prevalentemente cinema statunitense ma anche cose di cinematografie minori. Goodbye Lenin mi è piaciuto moltissimo, poi La 25ª ora nel quale trovo importante il tema, aldilà di come è girato: andare in galera anche poco...sembra un niente e invece la vita viene completamente distrutta. Ho frequentato le galere non da detenuto ma da spettatore interno e vedo la cosa come uno dei problemi forti della società. Le galere sono discariche appartate nelle quali si ricicla tutto, meno che gli uomini.

 

Credo di aver visto le tue prime illustrazioni su AlterAlter o su Linus...

Quelli di AlterAlter mi fecero un contratto pazzesco, all’epoca. Comprarono tutte le mie tavole, vollero l’esclusiva. Dopo un po’ mi accorsi che non le pubblicavano. Su Linus facevo cose bruttissime...diedi loro anche una storia su Marinetti troncata a metà, poi uscita per i fatti suoi in un librino pubblicato dal Grifo. Sostanzialmente, questi miei pseudo-fumetti li ho pubblicati completamente fuori dai canoni, per piccole case editrici d’arte o in riviste che non si occupavano assolutamente di fumetti...anche lì viene fuori quest’abitudine italiana di schematizzare, di incasellare le persone: per il mondo della pittura sono un fumettaro, per quello del fumetto sono un pittore. E il mondo del fumetto è completamente cieco. C’è stato quel bellissimo tentativo di rivoluzionarlo, negli anni Ottanta ma è morto, e non a causa del prodotto che si offriva: quando Andrea Pazienza passò a Comic Art, almeno il 50% del pubblico della rivista protestò per questo Pazienza che a loro avviso non sapeva disegnare!

 

Prima hai accennato ad un terzo romanzo in fase di stesura, puoi dirmi di cosa si tratta?

È la storia di un figlio che cresce con un padre distante, ricchissimo e famoso. Il figlio è convinto che questa figura lo castri e che lui abbia delle potenzialità sue. Poi conosce tardi il padre e lo odia, lo vorrebbe ammazzare...alla sua morte, lui eredita questo posto meraviglioso in cui va ad abitare e pensa: "Adesso sono libero, finalmente posso tirar fuori qualcosa di mio", invece non ci riesce. Tutto quel che può fare è prendersi cura della fondazione e vivere nel nome del padre. Avevo pensato di intitolarlo A Babbo morto.

 

Grazie.

 

Le immagini che corredano l’intervista sono tratte dal catalogo: Pablo Echaurren, Verso un’arte virale, a cura di Claudia Salaris (Bertiolo, AAA Edizioni, 2000)