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"La differenza tra dittatura e democrazia è che in
democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in
dittatura non dobbiamo sprecare il nostro tempo andando a
votare." (Charles Bukowski)
Scriviamo da un pianeta desolato, imbavagliato
e sottomesso. È un pianeta strano, oggi irriconoscibile, se
non proprio brutto (come lo definireste voi un posto in cui
un pensionato su due sopravvive con meno di 550 euro e i
giovani non se la passano meglio?), ma con una lunga storia
alle spalle, in gran parte rimossa da libri di scuola sempre
più striminziti, da programmi per l’educazione che prevedono
meno italiano, storia e geografia, meno matematica, chimica,
scienze, storia dell'arte e (geniale!) niente diritto nel
corso del quinquennio.
Il diritto, ecco. Sappiamo (o credevamo di sapere?) che in
Italia la libertà di stampa è sancita dall'Art. 21 della
Costituzione e che, secondo la Dichiarazione Universale dei
Diritti Umani: “Chiunque ha il diritto alla libertà di
opinione ed espressione; questo diritto include libertà a
sostenere personali opinioni senza interferenze ed a
cercare, ricevere, ed insegnare informazioni e idee
attraverso qualsiasi mezzo informativo indipendentemente dal
fatto che esso attraversi le frontiere.” Sappiamo (credevamo
di sapere?) che oggi, accanto alle fonti del diritto
italiano, esistono anche quelle che derivano dall’adesione
della Repubblica italiana all’Unione Europea. Legiferare
contro questo complesso sistema non può che essere
considerato, senza mezzi termini, un atto illiberale e
liberticida.
Scriviamo in un momento in cui si annuncia un possibile
lutto, poiché la morte della libertà di informazione non può
che essere un segno funesto per la democrazia. Per non dire
poi, come fa notare in particolare la stampa estera, dei
bastoni tra le ruote di una giustizia quotidianamente
impegnata nella lotta alla malavita: impedimenti sostanziali
derivanti da una drastica limitazione sullo svolgimento e la
comunicazione di qualsiasi indagine penale. Siamo in tanti a
prenderne atto: con le ultime briciole di ottimismo potremmo
considerarlo un gesto di disperata razionalità, quindi un
dovere morale di cittadini che non vogliono annegare nella
più indegna ignoranza né assistere ad ulteriori casi di
censura ed auto-censura nei media, men che meno continuare
ad essere considerati abitanti della patria della
corruzione.
Ciò che vogliamo, adesso, è la ricostruzione sociale e
culturale di quel pianeta chiamato Italia. Con meno
ballerine sculettanti e una dose conseguentemente maggiore
di civiltà e ragione. È davvero troppo tardi?
La Redazione |