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GEORG KLEIN: Libidissi

(Marsilio, pp. 188, € 12,50; traduzione di Robin Benatti)

 

Io=Spaik aspettavo da mesi l’uscita di Libidissi, romanzo GEORG KLEIN: Libidissidi Georg Klein apparso in Germania nel 1998 e tradotto in diverse lingue con un ottimo successo di critica. Io=Spaik ne avevo sentito parlare in termini lusinghieri da Jacopo De Michelis, editor della collana Black della Marsilio Editori in Venezia che fin qui, per quanto mi riguarda, ne ha azzeccate tante poiché fiuto+passione non gli difettano (Andrew Masterson vi dice niente?). Io=Spaik mi sono fidato una volta di più e ho fatto proprio bene, anche se non ho capito il critico di Stern che l’ha letto come "Un romanzo a metà strada tra Franz Kafka e John Grisham: enigmatico e avvincente". Se Grisham è avvincente, Io=Spaik sono Alan D. Altieri. È vero piuttosto quel che dichiara Klein in persona: Libidissi lambisce immediatamente l’attenzione di "coloro che sanno azzardare", vale a dire quel genere di lettori che all’avventura chiedono un coinvolgimento assoluto, non immune da felici contaminazioni con materiali narrativi preesistenti. L’ombra di William S. Burroughs sovrasta quella di Kafka fino a rendere il romanzo in questione una sorta di remix del celeberrimo Pasto nudo, sicuramente una variante più accessibile a chiunque abbia scarsa familiarità con la prosa sperimentale di Uncle Bill, impareggiabile teorico del plagio letterario per amor dell’Arte.

Fanta-noir? A sufficienza. E puzza di osceno, di traffici e cospirazioni narrate con un montaggio cinematografico, scandite da dissolvenze che rivelano squarci di paranoia pura. Anche qui lo scenario è quello di un’Interzona sfuggente e cosmopolita come la marocchina Tangeri che prima di Burroughs aveva visto soggiornare Matisse e Twain, poi i coniugi Paul e Jane Bowles. Libidissi è il porto franco in cui il personaggio Io=Spaik, agente segreto tedesco, nel nono anniversario della morte del Grande Gahis aspetta il cambio della guardia, il sostituto inviato dall’Ufficio Centrale. Sono trascorsi molti anni dal suo insediamento nella città mediorientale: Io=Spaik è cambiato nell’aspetto e anche dentro. Il corpo cerca di difendersi dal misterioso Morbo Fiacco. Ha sviluppato un’acuta dipendenza dalla cola di suleika, schifoso intruglio che si ottiene dal latte di giumenta fatto fermentare attraverso i batteri prodotti dagli intestini dei vitelli macellati, ma anche dalle pillole multicolori che Io=Spaik si procura nell’ambulatorio di Doc Zinally, americano in esilio che si vanta di studiare le razze umane ("e se qualcuno vuole avvalersi della sua arte medica, deve sorbirsi le tirate sulla superiorità del tal popolo o l’inferiorità del talaltro gruppo etnico").

Il sostituto non arriva. L’Ufficio Centrale ha deciso di spedire sul posto due agenti Georg Kleincon il compito di terminare l’anziano collega. Copertura: "oculisti austriaci incaricati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità di passare sul posto tre giorni di controllo." Sembrano gemelli. Si direbbero amanti. Libidissi risucchia anche loro perché la città (il libro) è un cancro, un enigma, un mosaico, un mostro tentacolare.

Giunto come un lampo a pagina 188 (il romanzo finisce a pag.181 ma non si può, non si deve saltare l’interessante nota del traduttore), Io=Spaik, sto già aspettando con viva curiosità l’edizione italiana di Barbar Rosa, opera seconda di Georg Klein, nato nel 1953 ad Augsburg, vincitore nel 2000 del premio Ingeborg Bachmann. Ho appena scoperto un altro fuorilegge della scrittura e accidenti se ne valeva la pena!

(N.G.D’A.)